Iròi - Where You Were Now (♪♪♪♪)
mark augé parla di “non-luoghi” per indicare spazi pubblici nei quali ognuno è solo pur essendo circondato da decine e decine di persone: tutti estranei a tutti. “after all, the sea” incarna l’essenza di questo concetto mescolando il rumore di fondo del vociare indistinto di una massa di individui ad un tenue velo isolazionista fatto di droni e tocchi di piano. base autechriana destinata a sciogliersi e fluire liberamente con lo scorrere dei secondi per “feathers”, brano che rivela, nella seconda parte, una similitudine, più eterea, con i giardini di dividing opinions. “where you were now” apre con l’indistinto glitch che chiudeva la bellissima hoppipolla (un paio di secondi di assoluta corrispondenza fanno strabuzzare gli occhi) e si inoltra poi negli spazi più freddi della coscienza, un lungo turbamento, un’interiorizzazione della situazione collettiva di cui si parlava in precedenza. echi trip hop tengono a bada gli spiragli di luce dati dalla calda voce di matilde davoli (girl with the gun) in “usual love line”, in una sorta di crepuscolo che si fa direttamente notte, senza passare dalla sera, in “lost hope lands”: qui la metropoli è deserta e i rumori dell’industria periferica arrivano indistinti e smussati. il punto più profondo della catabasi di iròi arriva con “in your backyard i left my armours”, una lunga caduta nel mare più buio, nella quale, una volta toccato il fondo, si cominciano a muovere le gambe e le braccia in una difficile risalita. il tentativo di emersione è “innocent, unpure”, tra i pezzi più aperti dell’album (e con una successione di note che ricorda “generale” di de gregori!). si torna alle prime luci del mattino, ma quel che si sente di più non è il calore del nuovo giorno, bensì il freddo della notte appena passata. iròi confeziona dunque un lavoro, reso iconograficamente bene nella cover, che guarda all’estetica dell’attesa, alla presenza vivida, plastica del tempo.
Tying Tiffany - Peoples Temple (♪♪♪)
chiariamo subito che qui si parla di musica (battuta!) e non di suicide girls, quindi niente riferimenti a foto, a violetta ecc. “peoples temple” è il terzo album della mia corregionale, di cui ho sicuramente ascoltato qualcosa negli anni passati, ma cosa non ricordo. senza entrare nel dettaglio dei singoli brani, la colonna portante del cd è la wave più fredda (“one breath, “storycide”, “border line”, “ghoul”), macchiata di synth pop (“lost way”, “miracle”, “cecille”) ed electropunk (“3 circle”, “still in my head”). quindi, tra i miti del passato, si fanno spazio influenze più recenti come crystal castle, you love her coz she’s dead o epigoni vari, ma pure zola jesus. grande assente, invece, il digital hardcore targato atari. capitolo a parte per i quattro minuti del pezzo finale, “show me what you got”, che farebbero alzare in piedi anche una mummia con i loro danzerecci 120 bpm.
Menion - Out Of Sounds, Out Of Silence (♪♪♪♪)
menion, poliedrico artista cagliaritano, ci delizia con un sestetto di brani assolutamente imperdibile. si parte con “colazione su saturno”, assaporando dei cornetti appena sfornati in compagnia di una bellissima ragazza, fra momenti di spensieratezza ed intimità che ricordano le creazioni di the album leaf. cinguettii, echi di shakuhachi, fiori di ciliegio, note di shamisen, sake nell’okumuki, rintocchi di taiko: in “my neural forest” l’oriente si mostra nel suo aspetto più tradizionale, non ancora contaminato, prima di lasciare spazio ad un accattivante chillout. quando un’ombra si staglia minacciosa sulla propria vita, come in “dear dad”, e si comincia a pensare a chi sta attorno, i toni si incupiscono, riaffiorano i dubbi ed esce l’eluvium più enigmatico, malinconico. in “compostela” appare invece il caos artistico degli xiu xiu, l’estetica del rumore intelaiata dall’elettronica più glitch. “i love imperfection” è un vortice di trasformazioni, dove la chitarra acustica si alterna ad inquietanti riverberi e pulsazioni. ed è così che si giunge alla fine di questa esperienza sonora, ma non prima di aver accompagnato nella propria camera la fanciulla di cui prima. e con la sinuosa “your body in the dark” la porta della stanza si chiude e cela la vista a sguardi indiscreti. è amore.

grazie ad adriano di la bèl netlabel per la gradita segnalazione
Errnois - The Winter Season (♪♪♪+)
rimaniamo in casa 51beats per parlare di un altro musicista esordiente, errnois. padovano ed appassionato di un’elettronica discreta, vogliosa di mostrare e suscitare sensazioni, ben intuibili in “the winter season”. “wool” si apre all’insegna di un glitch che conferisce brio alla composizione, con una chitarra che fa timidamente capolino tra l’elettronica fino ad intrecciarsi solidamente con questa nel crescendo finale. e, quando tutto sembra destinato ad esplodere, la musica sparisce all’improvviso, come una dolorosa, ma necessaria presa di coscienza. il vuoto creatosi permea anche il primo minuto di “waiting for spring”, nella quale si fa evidente la difficoltà di ripartire. superata l’impasse errnois conserva però un mood introspettivo, più raccolto ed intimo rispetto alla traccia iniziale. “panic-disaster cycle” sottolinea fin dal titolo l’atmosfera d’attesa che si viene a creare, una condizione di non ben identificata inquietudine, talvolta mitigata dalla dolcezza dei tocchi delle tastiere e talvolta drammatizzata dal flusso dei droni. oscillazioni emotive pure in “gorlitzer”, che fluttua tra l’animo sereno dell’attacco, l’impassibilità del cantato e lo sconforto del finale, ai confini del noise. “dressing for dinner” è l’ipotetico giro di boa di “the winter season” e punto in cui la tensione si fa più carica, tra beats e vocalizzi. a partire da “newtones in atmosphere” inizia una decompressione, un’apertura verso spazi più ampi, nei quali, tuttavia, l’alba sembra essere ancora lontana. “our different lines” potrebbe tranquillamente provenire da un album degli “stars of the lid”, non fosse per l’incastonatura di ticchettii, pulsioni, battiti. la superficie su cui si marcia nella seconda parte del lavoro diventa sempre più aerea, tanto che l’atmosfera terrena viene abbandonata nelle divagazioni cosmiche di “yuri in space”, dove il cosmonauta è intento a riparare la sua navicella e a captare i segnali dell’universo sconosciuto. infine il piano di “an end” introduce il sorgere del pallido sole degli ultimi giorni invernali di “sunday on your rowing boat”. il calore arriverà.
Emeralds - Does It Look Like I’m Here (♪♪♪+)
elettronica, a tratti golosamente dolce, a tratti spigolosamente drammatica. va sottolineato l’utilizzo di una chitarra elettrica, che demolisce in gran parte il muro virtuale. quel che manca è una costanza nella distribuzione delle buone idee tra le varie tracce, con il risultato di avere brani esaltanti ed altri anonimi. per mostrare le diverse anime che percorrono il lavoro cito tre brani: “candy shoppe”, da carie, “genetic”, da lacrimuccia, “now you see me”, da riproporre con strumenti tradizionali (chibasbat?). ah, la cover, notevolmente hypna, non è casuale (lancia il sassolino).
Autechre - Oversteps (♪♪♪♪+)
a cavallo fra melodia e ritmo e la loro contemporanea negazione si trovano gli autechre. quello che stupisce di quest’album è la capacità di soddisfare le esigenze uditive dell’ascoltatore. ogni tassello delle varie tracce va a comporre un ideale percorso predefinito. un destino già scritto, ciò che si dice “non una nota in più e non una in meno”. non do le cinque stelline per una questione di superiorità morale alla perfezione divina (eh?), ma qui ci sono i propositi per: cover dell’anno, canzone dell’anno [con known(1)] e album dell’anno.
Four Tet - There Is Love In You (♪♪♪♪)
fruizione strana. inizialmente è passato senza traccia. ora è sottofondo quotidiano. il problema di fondo sono state le due tracce “love cry” e “circling”, che tutt’ora non mi colpiscono, ma che mi avevano assuefatto negativamente, intaccando il resto del lavoro. da “sing” in poi è pura delizia (senza dimenticare l’iniziale “angel echoes”). ma l’estasi arriva con “plastic people”.
The Natural Disasters - The Natural Disasters EP (♪♪♪♪+)
questo EP è meraviglioso. trattasi di quattro brani (per una mezz’ora abbondante di musica) certamente di elettronica che annoverano una martellante sequela di loops straordinari. un’immersione completa nella composizione digitale. ogni traccia ha una sua peculiarità, difficile scegliere.